Francesco De Grandi 

(Palermo, 1968)


"Foresta illibata", 2015 Olio su tela, cm. 60 x 90

"Le notti di Eva", 2015 Tecnica mista su carta, cm. 70 x 99

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Francesco De Grandi (Palermo, 1968. Vive e lavora a Palermo). I dipinti di De Grandi, apparentemente paesaggi tradizionali, possiedono elementi visionari di disorientamento capaci di spiazzare lo spettatore e di condurlo in un viaggio interiore che tocca corde psicologiche ed esistenziali. Una pittura intensa ed eloquente che stabilisce un rapporto emotivo di interiorizzazione con la condizione originaria del reale. L’artista crea uno spazio di narrazione, un’esperienza di viaggio che legge i luoghi della natura attraverso la focalizzazione antropologica degli stessi. In tal senso, l’artista sente l’esigenza di mostrare una direzione dell’esistente attraverso la costruzione di paesaggi, di nature, di corpi e di voci dove si ‘annusa’ la struttura del nostro essere in rapporto con un ambiente. Le opere di De Grandi definiscono dunque una forma che nasce dall’incontro fra due piani della realtà, la contemplazione del mondo materiale e la liturgia che la lega alla comprensione della nostra sfera intima e in qualche modo più sacra.

 

TRISMA – Piccolo ciclo di opere di intima e sentita meditazione sul mito della natura Illibata, la Passione di Cristo, la dottrina delle tempeste – Francesco De Grandi

Cerco una Pittura onesta, che parli la mia lingua, il mio dialetto. Una Lenta digestione della Pittura Romantica, traviata dal Pop, drogata di Ketamina, fecondata dai Barbari … meditazioni su Misticismo e Violenza, sul Sacrificio e sull’identificazione nel Corpo del Cristo.

Pittura Anabattista, Apocrifa, Gnostica, Eretica, Dimenticata, Monaca, Pasoliniana. Pittura non identificata come quella di Mathis Grunewald, Pittura Post-Punk-Mistica come il teatro barbarico di Lindo Ferretti, Pittura Chansonnier come un album dei Baustelle, Pittura Resistente come un saggio di John Berger, Pittura Ipertrofica come il cinema di Mel Gibson, Pittura Outsider come quella di Manuel Ocampo, Pittura Primitiva come Frà Angelico, Pittura Nobile come Balthus.

Una Pittura Parafilìaca, il morboso catalogare di modi e tecniche. Per ogni quadro tutti i quadri, in un infinito rimando di seduzione, immaginazione e amplesso. Un corpo a corpo che trova quiete e tormento, contemplazione e voyerismo. Una pratica quasi pudica o meglio un’ossessione da praticare in segreto con quel sottile stato di vergogna e trasgressione, con la consapevolezza di stare su un filo di rasoio in una posizione pericolosa, a un passo dall’abisso.

Pittura Francescana, nel totale rifiuto dell’artista imprenditore, ricercando quel fondo di “Animità” necessaria, una spinta mistica, oscenamente ludica, a tratti patologica, che mi sopravvive e che appartiene a una dimensione profonda e ancestrale dell’atto del dipingere, quella cioè di essere mezzo di conoscenza, di trasmissione sciamanica e di rappresentazione della divinità, Pittura rivelatrice dell’io profondo che odora di sangue e di sudore.

Un infinito remoto, una Pittura che soffre e rantola imprecando il nome del Padre, una Pittura Brigantessa, infetta come una Cagna morente.

Professo un realismo forsennato, una natura rivelata. La Mela d’Oro.

Cerco il Dio della selva, Pan che sopravvive tra piante anarchiche intorno ad un mega centro commerciale, negli interstizi che il mondo urbano civilizzato lascia incolti, liberi e non cementati.

Una Zona Pittorica Temporaneamente Autonoma, un atto politico in cui il mio corpo non soggiace alle regole temporali del potere e alla sua propaganda.

E infine, nell’incerto navigare, nella Dottrina delle Tempeste, negli Annegati Pensando, immerso nel Poema del Mare, vedo sorgere d’un tratto la sagoma della Nave dei Folli con il suo equipaggio insensato che invade l’orizzonte, nella notte in cui la pittura si misurò con la furia degli elementi e mi ritrovo, Capitano Pazzo tra i Fuochi di Sant’Elmo, forgiare col sangue l’acciaio dei miei arpioni.