Simone Pignone (Firenze, 1611 - 1698) 

Salomè

olio su tela, cm. 71,5 x 57


 

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L’opera, selezionata su tinte contrastanti dalle forti accensioni smaltate, presenta una giovane donna di bell’aspetto e dallo sguardo ricco di sottile malizia in atto di sostenere con le mani il vassoio sul quale è posta la testa del Battista. La tela, in perfetto stato di conservazione, illustra un episodio sacro che vede come protagonista Salomè, principessa giudaica, figlia di Erodiade e di Ercole Filippo I. Secondo il Vangelo (Matteo 14, 1-12): Erodiade, madre di Salomè, abbandonò il marito Erode Filippo I e andò a convivere con il cognato, il re Erode Antipa. Giovanni Battista condannò pubblicamente la condotta dello zio di Salomè; questi allora lo fecero prima imprigionare, poi, per compiacere la bella figlia di Erodiade, che aveva ballato a un banchetto, lo fece decapitare.

Il dipinto, assegnato per la prima volta, come opera di Felice Ficherelli, nel catalogo della casa d’Asta Delorme & Collin du Bocage, è stato recentemente ricondotto al catalogo di Pignoni da Francesca Baldassari. In questo esemplare, infatti, la fisionomia mostra una maggiore somiglianza con le protagoniste di Ficherelli, con cui è stato spesso confuso. Nato nel capoluogo toscano nel 1611, il Pignoni, inizialmente, fu indirizzato in giovane età allo studio della pittura nella bottega di Fabrizio Boschi e poi nel più qualificato atelier di Francesco Furini, artista con il quale lavorò con frequenza fino alla morte di questo, avvenuta nel 1646. Dall’ombra del fondo, emerge una florida figura femminile, con i capelli acconciati da un nastro rosso vivo e dalla serica veste con maniche, sempre di color rosso e bianco, lasciando scoperta la parte dei seni avvolti da una splendida collana di perle. La donna, raffigurata frontalmente a mezzo busto e con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, tiene tra le mani un vassoio con la testa del Battista decapitata. L’espressione della donna, sottolineata dalla sottile malizia dello sguardo e della bocca semiaperta, esprime con grande efficacia la narrazione del tema. Un’attitudine che mira ad un coinvolgimento sentimentale dello spettatore, attratto dal tono di diffusa sensualità promanato dall’avvenenza della donna. Il suo volto, inoltre, affinato dall’ombreggiatura leggera e ornate da orecchini in perle, rivela una grazia aristocratica. Una cura particolare è invece dedicata alla disposizione della sua figura che asseconda il formato della tela, con la curvatura delle spalle, le pieghe del panneggio e l’articolazione del braccio. L’illuminazione da sinistra definisce la figura nei caldi e vibranti toni chiaroscurali e nella soda tornitura plastica; accende i timbri vivaci della veste, ne illumina i larghi piani del volto, le spalle e i seni con epidermica sensualità; suggerisce le penombre del collo senza trascurare notazioni più fisionomiche nella testa che, richiamano esiti caravaggeschi diversi dalle più puriste o idealizzate tipologie femminili di un Lippi o di un Dandini. In ogni modo, è da sottolineare come Pignoni svolga in modo originale il tema trattato da diversi artisti fiorentini coevi. Egli, infatti, non rappresenta la figura statica, con i suoi attributi, ma coglie una situazione in divenire della quale era, è attrice. I particolari caratteri stilistici e pittorici consentono di poter assegnare l’opera al catalogo autografo di Simone Pignoni, figura artistica tra le più intriganti e carismatiche nel pantheon artistico fiorentino del Seicento. L’opera, databile con probabilità tra la fine degli anni quaranta del Seicento e l’inizio del decennio successivo, trova parametri di confronto in varie composizioni dell’artista, soprattutto dove compaiono figure femminili disposte nella stessa posa e dagli identici caratteri tipologici, riferibili in quello stesso periodo. Va ricordato La vestale Tuccia (Liverpool Walker Art Gallery), dove la seta frusciante della veste e la forma ovale del volto – simile alla nostra Salomè – conferma una sistemazione cronologica del dipinto negli anni Quaranta-Cinquanta. Significativi sono, anche, i confronti con l’Allegoria della Temperanza (Collezione privata, Bellesi 2013); e in particolare, merita di essere ricordata, per l’alta qualità stilistica, la raffinata S. Caterina d’Alessandria, già nella raccolta Bigongiari a Firenze, oggi presso la Caripit a Pistoia (Cantelli 1983).

Andrea Maggio