Gerard Douffet (Liègi, 1594 - 1660) 

Resurrezione di Lazzaro

olio su tela, cm. 139 x 187


 

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Questo interessante dipinto, è stato suggerito – per la sua resa pittorica che per la composizione iconografica – a una probabile attività di Gerard Douffet attivo a Roma tra il 1614-22 da Richard Spear, e in seguito ricondotto al catalogo del pittore da Pierluigi Carofano.

Il dipinto illustra l’episodio biblico della “Resurrezione di Lazzaro”, riportato nel Vangelo di Giovanni (11, 33-44). Nell’illustrare il soggetto nella tela in esame, l’artista concentra l’attenzione sullo sgomento prodotto dall’atto prodigio, secondo una poetica figurativa incentrata sulla ricerca di effetti drammatici ricchi di pathos. Il pittore ambienta l’episodio in un interno in modo da creare un gioco chiaroscurale, in cui intensi fasci luminosi colpiscono di sbieco le figure ponendo in evidenza il corpo di Lazzaro; tutto ciò, limitando il numero dei personaggi a nove e creando una struttura comunicativa chiusa senza alcun riferimento al mondo esterno. La narrazione è organizzata intorno alla figura di Maddalena con le mani congiunte; sulla destra, la figura di Lazzaro, riconoscibile tanto per l’espressione sorpresa, quanto per il bianco sudario che avvolge l’incarnato; sulla sinistra, Cristo con le braccia aperte come gesto di benedizione vivificante, vestito da una tunica di color rosso vivo e dal manto azzurro. Accanto a queste ter figure ne compaiono altre sei, disposte in diagonale. Queste figure presentano una grande varietà di gesti e di azioni: dietro la figura di Cristo vi sono la presenza di Marta e il suo accompagnatore – probabilmente san Matteo – in attesa del miracolo; uno dei personaggi sul lato destro sorregge Lazzaro, l’altro si protegge il naso dal fetore, mentre dietro di lui conversano due uomini, uno dei quali sono totalmente estranei all’azione principale, mentre l’altro, alzando, sorpreso, il braccio destro indica con la mano Gesù. Tutte queste figure sono proiettate su un fondo scuro: la luce è concentrata sui particolari di maggiore interesse con moto circolare, conducendo l’attenzione dello spettatore dal singolo viso di ciascun personaggio fino alla figura di Cristo, Maddalena, e soprattutto, dall’incarnato seminudo di Lazzaro avvolto dal sudario di color bianco; il tutto allo scopo di enfatizzare i gesti. Un’atmosfera caravaggesca è l’elemento qualificante della Resurrezione di Lazzaro, che rivela i tratti tipici del pittore, quali i ricchi accordi cromatici costruiti su colori fondi e saturi, accompagnati da una notevole densità materica. Con buon margine si può ipotizzare che la sua esecuzione possa cadere negli anni a cavallo fra il 1614 e il 1622 al tempo del soggiorno romano di Douffet; tanto più si possono trarre ulteriori confronti con altre opere di raffinata e nitida tensione naturalistica, con modelli medesimi, come la bellissima Maddalena orante di Augsburg (inizialmente attribuita a Cecco da Caravaggio, e poi restituita al corpus di Gérard Douffet da Gianni Papi nel 2001; Papi 2001, pp. 46-47). Va rilevata, infatti, l’evidente somiglianza stilistica della Maddalena con la sorella di Lazzaro raffigurato al centro della nostra composizione. La figura è caratterizzata dalle stesse pose lievemente reclinate, laddove è identica la tipologia fisionomica delle due donne – dall’acconciatura dei capelli, ai tratti somatici con volti rotondi, fronte spaziosa, zigomi alti, labbra carnose e ben disegnate, nasi lunghi e occhi grandi con taglio quasi a mandorle – , perfettamente corrispondente il partito luministico sul volto, simile l’agitazione, un po’ prebarocca, di lantana matrice rubensiana, che anima i panneggi, i ritmi compositivi.

Poco meno di due dozzine sono i lavori sicuramente attribuiti all’artista, molti dei quali sono stati dipinti a Liegi. Purtroppo, solo con queste poche opere – poiché i lavori eseguiti a Roma non sono sopravvissuti, o dati dispersi – è possibile fare un confronto affinché la paternità a Douffet possa essere garantito. Tra questi va ricordato: Cristo appare a San Giacomo Maggiore e Sant’Elena che ritrova la vera Croce (conservati in Monaco di Baviera), entrambi contenenti notevoli similitudini e affinità alla nostra tela.

Andrea Maggio