Attr. a Denys Calvaert (Anversa, 1540c. - Bologna, 1619) 

Crocifisso

olio su rame, cm. 50 x 35


 

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L’opera, comprata sul mercato antiquario e inizialmente riferita a un anonimo pittore fiammingo del XVII secolo, si presenta in buono stato di conservazione. Il piccolo rame illustra la Crocifissione di Gesù, con la conseguente morte sulla croce. Tale avvenimento, insieme alla resurrezione dopo tre giorni, è considerato dai Cristiani l’evento culminante della storia umana in quanto in esso si compie la redenzione da parte di Dio, per il quale, il genere umano, con il peccato originale, si era precluso la salvezza e la beatitudine eterna.

I caratteri compositivi, pur tradendo evidenti stilemi di origine fiamminga, specie nella realizzazione notturna del paesaggio sullo sfondo, richiamano a esiti della scuola bolognese del XVII secolo. Il rame rimanda infatti a una grafia tra neo-manieristica e neo-classicistica derivata da Ludovico Carracci nel primo decennio del secolo, con rimandi a Pietro Faccini e nel cangiantismo di Denys Calvaert. Lo squarcio del cielo, lo sfondo con le architetture, l’espressività dei volti sono di un gusto tutto nordico, ma corroborato da influssi italiani e le tonalità cromatiche luminose appaiono più in sintonia con i modi propri di Denys Calvaert. Il pittore anversese dopo un periodo di apprendimento trascorso nella bottega di Cerstiaen van de Quebon, nel 1556 giunse a Bologna entrando nello studio di Prospero Fontana e poi di Lorenzo Sabatini. Trasferitosi a Roma nel 1572, dove si formò sulle opere di Michelangelo, Raffaello e Sebastiano Del Piombo, tornò nella città emiliana dove aprì una scuola che ebbe molto successo, frequentata da artisti come Guido Reni, Domenichino e l’Albani. Numerose sigle compositive di questa deliziosa Crocifissione rimandano alle opere di Calvaert a cominciare dalla tela raffigurante le Nozze mistiche di Santa Caterina della Pinacoteca Capitolina a Roma (inv. n.99) datata 1590, dove la fisionomia del volto di Gesù bambino a destra della composizione è assai prossima a quella della Vergine a sinistra ai piedi della croce, oppure con la piccola tela (cm. 40x36) illustrante la Deposizione della Galleria Nazionale di Parma (inv. 387) che condivide le stesse cifre stilistiche compreso il modo di intrecciare le mani, come fossero nodi avviluppati difficilmente districabili. Ma il riferimento più pertinente va senza dubbio alla Crocifissione della Galleria Nazionale di Palazzo Barberini (inv. 1305; olio su tela, cm. 102x86) riferito alla maniera del pittore con il quale condivide l’identica fattura anatomica del Cristo, compreso l’inclinazione del volto e il modo di articolare le mani dei gestanti che si presentano adunche e allungate. La resa del paesaggio notturno sullo sfondo reso quasi tattile da sapienti colpi di luce riconduce ad altre prove del pittore fiammingo, le quali risentono delle lezioni più che di Jan Soens o di Frederick van Valckenborch, di Paul Bril, presente anch’esso a Roma dal 1582, dove a partire dal 1590 comincerà a dipingere piccoli paesaggi su rame e su tela (formati e materiali prediletti anche dal Calvaert) che godranno di grande successo presso i pittori italiani così come tra i fiamminghi. Un linguaggio che impone una tecnica non convenzionale, fatta di una stesura pittorica a tocchi di pennellate nervose e vigorose, che creano un’atmosfera di suggestiva irrealtà, sottesa da penetranti e misteriose tensioni interpretative, le quali contribuiscono all’esaltazione di una gamma cromatica complessa, sostanzialmente in antitesi con le teorie dell’arte diffuse dalla scuola carraccesca. La ricchezza compatta degli impasti e la sicurezza della condotta disegnativa, nonché la libertà della resa del cielo e delle nuvole, avvalla dunque l’ipotesi di una datazione intorno alla fine del XVI secolo o al massimo entro il primo decennio del secolo seguente.

Franco Paliaga & Andrea Maggio